E tu cosa faresti se i soldi non fossero un problema?

Bella domanda! Chi mai si è preoccupato di farcela?

Quando ho dovuto scegliere, come del resto tutti, cosa volevo diventare da grande avevo 14 anni e ho “analizzato”:

  • la vicinanza da casa della scuola
  • quale lavoro (non manuale) era più facile trovare finita la scuola
  • qual era lo stipendio che avrei preso svolgendo quell’occupazione

A ripensarci..vabbè ormai è andata!

A quell’età non hai la più pallida idea nè di chi sei, nè di chi vorresti essere, nè di cosa diventerai, eppure devi scegliere e i canoni sono sempre quelli, si parte sempre dalla domanda cosa ti piacerebbe (abbastanza ipocrita consentitemelo), poi si analizza quanta voglia di studiare hai per scegliere il tipo di scuola (liceo o no), poi a quel punto si pensano agli sbocchi professionali e vai con Dio..sceglierai un lavoro che ti farà aspettare agosto per la settimana di vacanza tanto agognata e il giorno dello stipendio.

Sono nata nei primissimi anni ’80, ma quella che racconto è inverosimilmente la fotografia dei nati tra il ’75 e l’85.

Siamo i figli dei nati tra gli anni ’50 e gli anni ’60, quelli che si sono fatti da soli, quelli a cui il coraggio non mancava e neanche le palle di affrontare un’eventuale sconfitta, gente che il più delle volte non aveva niente e spesso aveva solo da guadagnarci nel provare una strada nuova da quella dei genitori.

Venivamo, più o meno tutti, da famiglie di artigiani e commercianti, altrimenti eravamo figli di operai, ma tutti i nostri genitori sognavano per noi lo stesso futuro, desideravano che non ci sporcassimo le mani, che non sudassimo nelle officine come avevano fatto loro e sognavano di non relegarci dietro al bancone di un negozio, che avrebbe chiuso con l’arrivo dei grandi store.

Per cui negli anni ’80 nasce la generazione di impiegate e segretari.

Quindi tutti a riempire gli uffici, solo nella scuola che frequentavo c’erano 5/6 sezioni da 20 alunni l’una e ogni anno sfornava 100/120 impiegati da inserire nel mondo del lavoro.

Ma non c’era solo la scuola dove mi sono diplomata, c’erano altri istituti tecnici e la scuola per geometri, le scuole appositamente studiate per le segretarie, c’erano le magistrali (nelle quali chi non diventava maestra, faceva quel che trovava), c’erano i licei (che li iniziavi con tanta buona volontà e poi se non avevi voglia di andare all’università, provavi anche la strada impiegatizia), insomma una miriade di impiegati.

Assicuro però, che quando mi sono diplomata nel 2000, un posto si trovava per tutti.

Nessuno si lamentava di non aver trovato lavoro, noi il lavoro lo trovavamo subito e azzardo nel dire che forse è anche merito di una grande virtù che ci accomunava: l’umiltà.

Eravamo perfettamente consapevoli di non saper fare niente e, durante il colloquio del nostro primo posto di lavoro, la maggior parte di noi non chiedeva assolutamente dello stipendio che avremmo preso, perchè ci bastava avere un lavoro.

Entravamo nel mondo del lavoro come fa un bambino di 6 anni alla scuola elementare, a volte anche prendendo qualche schiaffo dalla vita, certo sul momento bruciava e ci lamentavamo a casa, ma il giorno dopo si ripartiva.

Mi chiedo però: è possibile che fossimo già così preconfezionati da essere omogeneamente tutti contenti di fare gli impiegati?

L’avete capita la mia risposta..

Credo che si faccia quanto si può, con quello che si ha, sempre.

Penso però che se vogliamo vedere i nostri figli felici da adulti, dovremmo fargli una domanda intorno ad un’età più matura, credo 20/25 anni (che non è mai troppo tardi):

Forse più del “a che ora torni stasera”,

“che lavoro faresti se i soldi non fossero un problema?”

Forse, e ripeto forse, sarebbe più utile..

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