Imprinting della nascita, un tema delicato e affascinante.

Nel mese di febbraio ho partecipato ad un programma di incontri, tre per la precisione, relativi al tema dell’imprinting della nascita.

Il tema è vasto e importante, ci entrerò e uscirò in punta di piedi, è una promessa!

Si tratta sostanzialmente di quanto è accaduto durante la nostra nascita, anzi di più, è quanto è accaduto alla nostra nascita non dimenticando il periodo prenatale.

Breve divagazione personale: il mio secondo figlio è stato concepito all’isola d’elba e per raccontare alla mia bambina di 5 anni che avrebbe ricevuto in dono un fratellino e volendogliela romanzare un po’ le ho raccontato così:

“Sai tuo fratello era un angioletto e volava a bordo di un aereo sorvolando il mare dell’isola d’elba, la mamma e papà si sono dati un bacio e tuo fratello, dopo che gli hanno detto che era arrivato il suo momento, si è lanciato nella pancia della mamma”

Inutile dirvi che il racconto ha avuto un gran successo nell’immaginazione di mia figlia.

Ma poi parlando con la “mia” osteopata, conduttrice del corso sull’imprinting, ho capito che la mia fervida immaginazione, non era andata molto lontana da ciò che sostengono i fondatori del pensiero che prima della nascita esista un periodo prenatale, che tutto origina e tutto spiega di ciò che siamo dopo la nascita stessa.

Per definire con una frase: “Così come sono venuto, concepito, nato, così sono nel mondo”.

Sarebbe utile e interessante se ognuno di noi conoscesse se è stato desiderato, come è stato atteso e come è avvenuta la sua nascita perchè tanto potremmo capire di noi stessi.

Spiego meglio più avanti, ma andiamo avanti per piccoli passi.

Questo programma di incontri si avvaleva nella conduzione della “mia” osteopata Giovanna Ghezzi e di una psicoterapeuta che si è specializzata nella psicoterapia prenatale.

Durante la prima serata l’osteopata ci ha spiegato tutte le fasi della nascita, dalla fase prodromica, passando per la fase dilatante dove il bambino comincia a sentire l’ostilità dell’utero che lo contiene, arrivando al momento in cui il bambino, nella fase espulsiva, si incanala e deve necessariamente abbassare il capo come se dicesse sì alla vita e girare la testa per riuscire ad entrare nel canale del parto, e quello è un momento molto delicato per il bambino che per la prima volta disallineerà la testa dal cuore e dopo poco vedrà la luce.

Se vi siete immedesimati nel bambino leggendo le mie parole, capirete facilmente quanto la nascita sia l’evento più traumatico della nostra vita e quanto la mente sia stata meravigliosamente capace di allontanare quel ricordo.

Ogni donna, che abbia partorito naturalmente, sa quanto il suo corpo durante il parto si senta attraversato dal corpo del bambino, ricorda la sofferenza dell’abbandono dell’altro corpo, il dolore ne fa da tramite, e ha potuto sentire quanto la vita si sia manifestata in tutta la sua forza e potenza.

Ma quella stessa potenza e forza è un vissuto molto forte emotivamente per la mamma e lo è ancora di più per un bambino, pertanto è facilmente comprensibile il trauma, che spesso rimane inespresso perchè non trova orecchie capaci di ascoltarlo e capirlo.

Vi è mai capitato di sentir dire da una mamma di un neonato “questo bambino piange sempre, per qualsiasi cosa”, la spiegazione è che i bambini portano con loro il bagaglio di un viaggio difficile, fatto di difficoltà, fatto in solitudine e hanno l’esigenza di raccontarcelo attraverso il pianto, loro unica espressione, e di sentirsi capiti, ma soprattutto ascoltati.

La mia esperienza di mamma può affermare che se mia figlia non smetteva mai di piangere da neonata dopo più di 12 ore di travaglio indotto, quindi senza la sua volontà naturale, mio figlio nato in due ore e mezza non ha mai avuto episodi di pianto senza fine e consolazione, nonostante anche per lui sia stato difficile nascere, ma sicuramente lo è stato meno.

Ogni vissuto ha un contesto e anche la nascita ne è provvista, ovviamente, e questo è stato approfondito nella seconda serata degli incontri.

Il contesto in cui nasce il bambino è definito campo, e si intende l’ospedale, l’ostetrica, la camera, la mamma e le sue sensazioni di quel momento.

Ogni bambino come capirete potrebbe nascere nello stesso ospedale, con la stessa ostetrica, nella stessa camera e dalla stessa mamma, ma il campo cambierebbe comunque perchè per campo si intendono anche le emozioni.

Per far comprendere meglio ai partecipanti del corso, quale fosse stato il vissuto di ognuno di noi, siamo stati divisi in due gruppi da 7 persone ciascuno, un gruppo avrebbe provato prima la sua nascita avendo come campo l’altro gruppo e poi avrebbe fatto il campo di nascita dell’altro gruppo che avrebbe sperimentato la nascita.

Posso assicurare che nonostante l’esperienza sia stata molto breve, circa 5 minuti, è stata molto forte.

Il racconto della mia nascita fornita da mia madre era prima di quel giorno, il racconto di un parto veloce e senza nessun brutto ricordo, non mi spiegavo però come fosse possibile che io nell’esperimento non fossi giunta al termine dei cinque passi che mi separavano dalla persona che faceva il mio campo.

Quella sera in auto mentre raggiungevo casa, ho pensato che forse ci doveva essere una connessione tra la mia fatica a portare a termine ciò che inizio e la mia incapacità di concludere la nascita, anche se ancora non conoscevo la mia storia per intero.

Da qui la richiesta di spiegazioni a mia madre nella mattina seguente e la scoperta che la mia venuta al mondo non era opera della spinta di mia madre, ma del braccio dell’ostetrica che spingendo sulla pancia di mia madre, ha forzato la mia uscita.

Le parole non possono essere esaustive dell’angoscia che provavo durante l’esperimento.

L’ultimo incontro è stato per me molto chiarificatore, ma non voglio svelarvi di più.

Concludo con un’affermazione da me letta all’interno di un libro di Roy Martina, “Equilibrio emozionale”, dove si dice che siano i figli a scegliere i genitori e in quegli incontri ho scoperto che decidiamo noi quando e come nascere.

Vi lascio con una storia che ho letto in rete, una delle mie preferite sulla maternità, che molto ha a che fare con la vita prenatale e le scelte dei figli prima della loro nascita:

“C’è una tribù in Africa dove la data di nascita di un bambino non si conta dal giorno in cui è nato,

e neanche dal giorno in cui è stato concepito,

ma dal giorno in cui è stato pensato per la prima volta da sua madre.

Quando la donna decide di avere un bambino va a sedersi sotto l’albero più grande del villaggio e lì comincia ad ascoltare.

Ascolta la canzone del bambino che vuole nascere, e lì sotto l’albero impara la sua canzone.

Dopo che ha ascoltato la canzone di suo figlio, comincia a cantarla.

La canta al padre del bambino prima che facciano l’amore.

La canta quando rimane incinta, e continua a cantarla ogni mese della sua gravidanza, ed il giorno in cui il bambino vuole nascere,

durante il travaglio lei canta.

La canta al bambino appena nato, e la canta quando lo presenta al villaggio perché tutti sappiano che quella è la sua canzone.

Poi la insegna al bambino che cresce, se il bambino cade, o si fa male, gli canteranno quella canzone.

Quella canzone lo accompagnerà tutta la vita,

durante il matrimonio la canzone di lui e di lei verranno cantate insieme.

Quando verrà il giorno della sua morte, tutto il villaggio canterà per lui, per l’ultima volta la sua canzone.”

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