Come educare un bambino secondo il Prof. Osvaldo Poli

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Fondamenti della filosofia del Prof. Poli

La scorsa settimana ho assistito con un’amica ad una conferenza del Prof. Osvaldo Poli, psicologo e psicoterapista, invitato dalla rassegna “Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio”, organizzata dal comune di San Cesario sul Panaro.

Il Dott. Poli è sempre una scoperta perchè ogni volta invita a riflettere e offre nuovi spunti; questa volta il tema della serata era “i genitori e i difetti dei figli”.

La conferenza nasce dal bisogno di confronto (e conforto) dei genitori relativamente al tema dell’identità, donare ai nostri figli radici per crescere e ali per volare, ma tutti ci chiediamo “starò facendo bene? potrei fare di più? dove sbaglio?”

Le domande sono sempre legittime, ma il Prof. Poli ci libera dalla responsabilità assoluta rispetto all’operato dei nostri figli, mi spiego meglio: è credenza comune che, citando il Dott. Poli “i figli siano alla nascita una pagina bianca su cui nel tempo scriviamo con la penna dell’esperienza”, mai niente è più inverosimilmente falso.

Il determinismo educativo

Questo pensiero risponde al concetto del determinismo educativo, cioè la nostra bravura nell’educazione dei figli determinerà la riuscita del figlio nella vita e lo farà diventare più o meno bravo e capace di far fronte alle difficoltà.

Cosa ha generato questo pensiero?

Il determinismo educativo fonda le sue basi su un virus (come lo definisce lo psicoterapeuta), che è il virus di cui sono affette tutte le mamme, il senso di colpa.

Viene da sè che il pensiero materno dice “quanto più sarò brava ad educarlo quanto più lui sarà capace, quanto più lui sarà incapace tanto più non sarò stata una brava educatrice”.

Le madri, mi ci includo, hanno il grande dono della profondità e dell’introspezione, dell’analisi e del ragionamento fine, virtù che determinano però anche il limite dell’educazione materna perchè esasperando questi doni si rischia di cadere nelle “psicomenate”.

Non è raro sentire una madre ipotizzare che le ragioni di un determinato comportamento del figlio possano derivare da eventi o circostanze, che riportate a grandezza naturale, nulla sono altro che la capacità di ogni madre di sollevare il figlio dalla responsabilità di un’azione o un comportamento sconveniente incolpando un semplice accadimento.

Quante volte davanti ad un comportamento scorretto del nostro primogenito abbiamo dato la colpa, o ce la siamo sentita imputare dalle altre mamme!, alla sua gelosia nei confronti del fratellino, che certamente esiste, ma che, in base all’indole del primogenito, si era già presentato lo stesso modus operandi anche quando il secondogenito non era ancora nei nostri pensieri!

A questo proposito, il Dott. Poli si è soffermato per spiegare alle mamme presenti quali sono le difficoltà dell’amore fraterno e potremmo riassumerle nella gelosia e nell’invidia.

La gelosia fraterna

La gelosia è naturale e si basa sul principio dell’esclusività, il bambino non teme di perdere l’amore materno, ma teme di perdere la sua esclusività, il famosissimo “vuoi bene solo a lui” tradotto è “non vuoi più bene solo a me come io desidererei”.

Quante mamme se lo sono sentite dire, me compresa, e quanta sofferenza e che pugno nello stomaco, ma il Prof. ci offre un nuovo punto di vista: se è vero che i figli unici mai soffriranno di gelosia, è pur vero che la gelosia di chi ha fratelli ha la grande e immensa possibilità di essere trattata così che un giorno, attraverso la fatica dei genitori, abbiano la possibilità di essere adulti più consapevoli e maturi rispetto al tema della gelosia.

Quanti uomini conosciamo che accecati dalla gelosia, compiono atti di cui non mi dilungherò e quante donne diventano vere e proprie pedinatrici..

L’invidia fraterna

Altro aspetto risonante l’amore fraterno è l’invidia, cioè l’indisponibilità di un figlio ad accettare la possibilità che ha ogni genitore di trarre soddisfazione da entrambi i figli in momenti distinti.

Ma chi meglio della mamma può spiegare al figlio che è giusto e possibile accettare la propria imperfezione, aiutandolo a farci i conti e a migliorarsi.

Mia figlia con il suo “Sorridi solo a lui” quanto male mi aveva fatto, mi sentivo in colpa (e qui torniamo al virus del senso di colpa) se traevo gioia e soddisfazione dai primi sorrisi del fratellino e vederla molto infastidita mi agitava, ma quante volte nella vita dovrà ahimè confrontarsi con i successi degli altri e le sue sconfitte, quante volte la vita la metterà davanti alle sue incapacità?

Il disagismo educativo

Altro pilastro dell’errata visione che i genitori hanno dei figli è il disagismo educativo,  che più semplicemente risponde alla domanda “ma perchè si comporta così? cosa è successo? cosa o chi lo sta turbando?”

 Una delle frasi che più mi affranca e più mi accompagna delle conferenze del Prof. è questa “I GENITORI DEVONO AMARE LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA PIU’ CHE I FIGLI STESSI” pertanto ogni genitore è tenuto ad amare i propri figli, ma non a riconoscerne qualità che non possiedono.

“I genitori sono tenuti ad amare i propri figli, non a trovarli simpatici (se non lo sono)” cit. Poli

Sono molto legata al tema della verità, perchè a mio parere la verità ci libera, rimette ordine, riporta tutto al suo posto, e se è vero che i nostri figli non nascono perfetti e il temperamento dei nostri figli è dato in natura, non possiamo portare “le colpe” dei nostri figli fuori da loro.

Aggiungo che, alla nascita, ogni bambino ha caratteristiche diverse anche dai suoi stessi fratelli, e a volte nascono bambini nella stessa famiglia che per temperamento non sembrano neanche fratelli!, a questo proposito la mia esperienza narra di una primogenita che ha pianto tutta la prima notte dopo la nascita e non ha dormito neanche un secondo di quella notte e delle successive 1000!, mentre il fratellino appoggiato nella culla dell’ospedale gli controllavo il respiro per vedere se era vivo perchè era capace di dormire tranquillo e svegliarsi con un rumorino lieve per chiedere il latte.

L’educazione maschile dei papà

Concludo raccontandovi cosa distingue, secondo il Prof. Poli, l’educazione maschile dalla femminile.

Se il femminile è protezione, il maschile è incoraggiamento.

Se il femminile è comprensione, il maschile è confronto/scontro con la verità.

L’uomo nel suo limite che si manifesta, talvolta, con la superficialità, trae la sua virtù che è la concretezza.

Il padre incita il figlio, molto più spesso della madre, ad avere la forza di accettare la loro imperfezione e questo è fondamentale per crescere adulti che sappiano stare in questo mondo.

Termino con una citazione del Professore di cui spero facciate tesoro:

“I GENITORI HANNO IL COMPITO DI FARE CIO’ CHE E’ POSSIBILE PER RENDERE I FIGLI PERSONE MIGLIORI, NELLA MISURA IN CUI ESSI COLLABORANO”.

 

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